L’IMPORTANZA DEL DIAFRAMMA NELLA GESTIONE DELLO STRESS

Il diaframma  è uno dei più importanti muscoli respiratori.
È una cupola muscolo-tendinea che separa la cavità toracica da quella addominale .
Ha una forma irregolare essendo più largo in senso laterale e più alto sul lato destro.
Questo muscolo è composto da una parte centrale tendinea, detta centro frenico, e da una parte muscolare che la circonda ad anello.
Durante l’inspirazione il diaframma si contrae, la sua convessità si appiattisce e la cupola si abbassa.
L’abbassamento è massimo per le pareti laterali e minimo per il centro frenico che, giunto al massimo abbassamento consentito dalla controspinta dei visceri addominali e dalle connessioni pericardiche, diventa punto fisso.
Il diaframma determina un aumento del volume toracico :
- sollevando le coste inferiori fa aumentare il diametro trasverso della parte inferiore del torace;
- innalzando le coste superiori per mezzo dello sterno fa aumentare il diametro antero-posteriore della parte superiori del torace;
- abbassandosi determina l’aumento del diametro verticale.

Muscoli sinergici (o agonisti):
Sono agonisti del diaframma tutti i muscoli inspiratori: elevatori delle coste e intercostali, sternocleidomastoideo, scaleni, grande e piccolo pettorale, dentato anteriore, gran dorsale e dentato posteriore superiore.

Muscoli antagonisti:
Sono antagonisti tutti i muscoli espiratori: sotto costali e intercostali, retto dell’addome, obliqui e trasverso dell’addome, quadrato dei lombi, dentato posteriore inferiore.

Azione:
Il diaframma è senza dubbio il più importante muscolo della respirazione. Durante l’inspirazione si contrae abbassando di conseguenza il centro frenico, elevando le coste inferiori e superiori ed aumentando quindi il diametro toracico, la pressione addominale e la lordosi lombare.

Cinematica diaframmatica durante l’atto respiratorio:
il diaframma è dotato di tre fasi cinematiche: contrazione con abbassamento del centro frenico; appoggio della parete inferiore del diaframma sugli organi interni della cavità addominale agevolata da una contrazione contemporanea del trasverso dell’addome e del pavimento pelvico; innalzamento delle coste e contrazione dei muscoli intercostali.

Ruolo posturale:
La retrazione del muscolo diaframma provoca un iperlordosi e l’innalzamento del punto lombo dorsale di inversione delle curve. Questo quadro determina di conseguenza un’ipertrofia da sovraccarico funzionale della muscolatura respiratoria accessoria ed una marcata riduzione del diametro inferiore del torace.

Il diaframma riveste un ruolo fondamentale nella respirazione sia nell’atto inspiratorio che in quello espiratorio , come regolatore del fiato.

È detto anche il muscolo della serenità in quanto sul piano emozionale riveste un ruolo importante.
Esiste un modo di dire caratteristico per definire un grosso stress emotivo :” mi è mancato il respiro”, oppure “ho ricevuto un pugno nello stomaco”, quindi gli shock emotivi, così come quelli fisici, condizionano inevitabilmente questa struttura e possono essere memorizzati dai tessuti.

A cosa serve allenare il diaframma e come lo si allena.

È auspicabile che le persone  stressate e tese sblocchino il diaframma per diminuire le tensioni muscolari.
Ecco qualche esercizio:

-AUTOMASSAGGIO DEL DIAFRAMMA: 
da decubito supino, esercitare con le proprie mani una pressione lieve e progressiva appena sotto al margine costale. In questo automassaggio del diaframma portare maggiore attenzione nella parte destra per la presenza del fegato.

-DETENSIONE DEI PILASTRI DIAFRAMMATICI: da posizione supina sistemare una pallina da tennis a livello delle vertebre lombari e cercare, con dei movimenti alto basso dentro fuori della pallina, di automassaggiare la zona.

-DETENSIONE TRAMITE ESPIRAZIONI: da posizione supina, appoggiare gli arti inferiori a una panca in modo da azzerare la curva lombare. Da questa posizione, inspirare ed espirare forzatamente, grazie alla contrazione degli addominali.

-DETENSIONE TRAMITE LAVORO PARADOSSO DEL DIAFRAMMA: da posizione supina, dopo una inspirazione cercare di espirare solo a livello toracico per gonfiare la pancia ovvero di portare il diaframma verso il basso (in posizione inspiratoria).

L’allenamento per il diaframma andrebbe fatto ogni qualvolta ci si accorge di non respirare bene, quando si è stressati o quando si ha voglia di entrare in contatto con il proprio corpo in maniera più profonda.
Il diaframma corrisponde al 3° chakra o “Chakra del Plesso Solare”. In questo Chakra nasce la spinta che porta l’individuo ad affermarsi nella vita e rispetto al mondo che lo circonda, affrontando le continue sfide dell’esistenza di ogni giorno. E’ la sede del carisma personale, della consapevolezza di essere un individuo unico al di là della semplice necessità di sopravvivere.
Uno squilibrio di questo centro può rende facili all’ira, predispone a ulcere di origine nervosa, all’incapacità di essere calmi, mentre uno squilibrio in senso opposto può causare timidezza, scarsa energia,  tendenza alla sottomissione e disturbi di digestione.

Per il cantante diventa fondamentale raggiungere un equilibrio mentale e fisico che allontani qualsiasi tipo di tensione muscolare.  Conoscere il diaframma ed avere una buona gestione della propria respirazione ci aiuta a rilassarci ed aver maggior controllo nella gestione della colonna di aria che ci aiuta nell’emissione del suono.
L’Aria è la fonte di energia del suono ed una buona coordinazione pneumo-fonica rende il cantante vocalmente agile e più espressivo e preserva la salute delle nostre corde vocali.

 

Daniela Volpe

PERCHE` “IO CANTO”?

Ormai,in Italia,i talent show hanno preso il sopravvento,riempiendo i palinsesti televisivi di ogni tipo. Nulla in contrario,se vi fosse un reale rispetto nei confronti dello strumento voce….  Infatti,la maggior parte di questi programmi sono pieni di ‘piccoli’ talenti e per piccoli intento in giovane eta`;tutti o quasi in fase di muta delle corde vocali. Vengono sfruttati ai fini dello show business,facendoli esibire con repertori maturi,non consoni quindi alla loro eta` e maturita` vocale.  Inorridisco davanti a tali spettacoli e mi preoccupo per quei bambini che devono cantare emulando suoni di voci adulte,cantando in modo forzato e non piu` naturale ed autentico…  In tv vediamo tanti mini-Pavarotti,mini-Albano,mini-W.Houston,mini-Giorgia,mini-Beyonce che,col collo gonfio dallo sforzo e con la laringe forzatamente bassa,fanno uscire suoni distruttivi per la loro voce. Detto cio`,vorrei anche fare un appunto sull’etica in generale,che coinvolge sia i genitori che gli insegnanti di questi giovani artisti,chiedendomi dove finisce l’esibizionismo degli adulti e dove comincia il rispetto del bambino. Il bambino DEVE essere rispettato,sia per la sua voce bianca ancora in fase evolutiva che per la sua crescita emotiva e psicologica.  I falsi miti dello show businness non fanno che alimentare falsi sogni,atteggiamenti presuntuosi di giovani artisti che cominciano ad assumere vezzi da adulti,esaltando sentimenti che non fanno parte del gioco del canto,della leggerezza del bimbo e della sua trasparenza…  Il rischio e` che subentrino sentimenti di invidia,male competizione e presunzione a discapito della spontaneita` che dovrebbe contraddistinguere i bambini e che poi diventa un cimelio da riconquistare con grande fatica. Quelle voci da ‘Zecchino d’Oro’,nonostante un po’ ballerine nell’intonazione,erano pero` accattivanti per la simpatia di quei visini impauriti,impacciati ed emozionati che ci davano tanta tenerezza e allegria…  Oggi,invece,questi ‘finti adulti’ ,con le facce preoccupate al pensiero dell’esito finale della competizione,si perdono dentro le loro imitazioni con suoni forzati e finti. Ricordo ancora,con un po’ di malinconia,il giorno che mi convocarono a 7 anni a apartecipare ad un concorso canoro per bambini! Con la morte nel cuore,dovetti accettare di interpretare una canzone per adulti,rinunciando alla mia “Peppina fa il caffe`”!! Ne soffrii molto e la sera dell’esibizione,quasi per dispetto,mi ritrovai afona. In conclusione,vorrei ribadire,da insegnante di canto,che il canto ,a una certa eta`,deve rimanere un gioco prima di tutto,per poi approcciare in modo diverso al canto piu` adulto a tempo debito. Bruciare le tappe e` un po’ come non vivere dei momenti della vita e ,nel canto,puo` anche avere un prezzo alto da pagare in termini di igiene vocale. Io ho deciso di stare dalla parte del bambino e vi lascio riflettere,chiudendo questo articolo con dei passi tratti dalla lettere di una bambina….

Elsa Baldini

“Musica e` vita.Quante volte ho sentito questa frase e,piu` ci rifletto,piu` trovo che sia proprio cosi`.Anche in natura,ogni elemento che ci circonda produce,a modo suo,un suono [...] Un elenco infinito di suoni. Se a questi suoni si aggiungo delle parole,il risultato puo` essere una canzone! Il canto,la mia passione piu` grande,il mio rifugio nei momenti tristi,la mia gioia nei momenti felici. Quando canto entro in un mondo tutto mio:provo delle emozioni difficili da descrivere,ma facili da interpretare per chi mi ascolta e mi guarda. Non sono piu` io,sono quello che dice la canzone,sono dento quelle parole:insomma quando canto io sono viva. [...] Cantando voglio trasmettere emozioni,voglia di vivere,di ridere,di credere nell’amore e nell’amicizia. [...] Il canto mi riesce facile,grazie alla mia voce e alla mia intonazione naturale,ma e` anche studio,esercizio continuo,dimostrazione del mio talento,non sempre semplice a causa della mia timidezza. [...] A quanti sara` capitato di non riuscire ad esprimere un pensiero con le parole:a me succede spesso e il rimedio migliore per me e` il canto. Con affetto,Giorgia”

 

 

LA MUSICA E` CURIOSITA`

Ci avviciniamo alla Musica, ad uno strumento, all’espressione di noi stessi attraverso esso,
perche` e` un richiamo che non riusciamo a non ascoltare: la passione per questo tipo di arte cosÏ comunicativa,
E` un istinto, un percorso che si sceglie per scoprire meglio noi stessi,
e una volonta` di esprimersi in modo diretto e sincero.
Non dovrebbe mai essere una scelta dettata dalla vanita` e dal volersi mettere in mostra.
Chi sceglie la propria voce come strumento, ha la possibilita` attraverso lo studio, di
“creare”, “modellare”, “rifinire” la propria opera, esattamente come farebbe uno scultore, un pittore,
con la sua.
La nostra voce, ovvero il mezzo attraverso il quale impariamo dalla nascita a comunicare con gli altri,
Ë quella che ci permette in maniera istintiva, di esprimere una determinata sensazione, un determinato stato d’animo.
A questo proposito mi viene in mente una frase che lessi da qualche parte tempo fa:
“La musica e` la rappresentazione sonora, simultanea, del sentimento del movimento e del movimento del sentimento”.
Mi colpi`, facendomi riflettere e ricordandomi che, per arrivare oggi,a comprenderne pienamente il significato,
ho dovuto percorrere una lunga strada. Piuttosto lunga.

Lavorando a diretto contatto con molti allievi di canto, devo dire che ho imparato molte cose.
Ogni allievo si avvicina allo studio con molto entusiasmo e voglia di imparare, e questa Ë una cosa molto bella.
I primi mesi di lezione si dedicano alla comprensione del proprio strumento, che in realt‡ Ë sempre in evoluzione
anche dopo aver appreso e solidificato la tecnica. Ed e` qui che vorrei fermarmi un attimo e ragionare con voi.
Prendiamo ad esempio un pianista, che usa le proprie mani per “creare”, “modellare”, “rifinire” le sue performances:
egli riesce a “trasferire” allo strumento, l’intenzione emotiva, attraverso la sua personale percezione di cio` che
sta suonando.
Stando cosi` le cose, verrebbe da pensare, che il cantante, avendo “incorporato” il proprio strumento, dovrebbe essere
facilitato nell’esprimersi in maniera diretta e immediata.
Ma come ben abbiamo sperimentato tutti, la maggior parte delle volte non e` cosi`.
Anzi, il fatto stesso di “non vedere” lo strumento, di non poterlo “toccare fisicamente”, ci rende piu` che mai impauriti,
incapaci di comprenderlo, e soprattutto non ci aiuta a “suonare” il nostro strumento come vorremmo.
Ecco che, partendo da questa sensazione di impotenza e quindi di non controllo, corriamo ai ripari e ci buttiamo anima e corpo
nello studio della tecnica, assetati di nozioni e desiderosi di imparare il pi˘ in fretta possibile, e spesso ci ritroviamo
a fare esercizi su esercizi, magari eseguiti non consapevolmente e quindi piuttosto inutilmente.
In realta` uno studio poco ponderato, e per ponderato intendo poco “compreso”, ma piuttosto
eseguito in modo quantitativo invece che qualitativo, rallenta i risultati e per dirla meglio,
spesso non raggiunge i risultati desiderati.
Ho notato negli anni in questo senso, che il valore,importantissimo certamente, dello studio della tecnica,
E` per molti cantanti, l’unico punto di arrivo, su cui costruiscono e basano totalmente e unicamente, la loro carriera musicale.
Ovvero per capirci: “faccio lezioni di canto, studio la tecnica, e quindi sono un cantante”.
In realta` questo modo di approccio manca di un fattore che ritengo indispensabile e cioe` la comprensione dell’indivisibile
rapporto che c’e` tra l’atto in se` stesso del cantare, e la sincerita` con cui lo si fa.
La tecnica ci porta a conoscere fisicamente il nostro strumento, e come conseguenza quindi,
ci aiuta a testare le nostre capacita`, a migliorare i nostri limiti, ad usare lo strumento nella maniera corretta
evitando di incorrere in problemi fisici alle corde vocali, ci aiuta a sostenere un ritmo elevato di concerti,
e quindi di uso “fisico”nel tempo, della nostra voce.
Ma non e` solo questo che fa la tecnica.
Studiare nel modo giusto, senza “accontentarsi” per esempio, di ripetere unicamente ore e ore di esercizi, solo perche` ci e` stato detto
che cosi` facendo, sicuramente avremo un miglioramento. E’ vero certo, ma appresa in questo modo, la tecnica rischia di restare fine a se` stessa, mentre nel frattempo invece,
il potenziale del cantante resta nascosto da qualche parte tra libri e fotocopie.
Usare la tecnica con curiosita` invece, stimola un’altro tipo di comprensione. Ovvero ci aiuta ad aprire una porta dentro noi stessi,
che mette finalmente, in diretta comunicazione, quello che abbiamo appreso attraverso lo studio, e quello che invece nessun tipo di
studio ci puo` insegnare, e sto parlando della “scoperta” della liberta` di essere totalmente sinceri nel cantare.
“Liberare la voce”non e` solo un modo di dire usato per descrivere il raggiungimento di una tecnica tale da aver eliminato tutte le tensioni fisiche,
ma sta a significare anche liberta` di “essere” musica in maniera soggettiva,spontanea e diretta ogni volta che si fa una performance.
Quando si raggiunge questo “stato di grazia”, ci si rende conto di avere superato quel “limite” che credevamo non avremmo mai raggiunto.
E per limiti intendo sia quelli direttamente legati al canto, ovvero il raggiungimento della voce libera,
ma intendo anche il superamento del limite che e` forse prima era piu` una barriera incosapevole,e cioe` il limite che c’e` tra cantare “fisicamente” e
cantare “quello che sei”.
Ma cosa si intende per “essere curiosi” nella musica?
Beh, diverse cose ma in modo particolare il mio personale suggerimento, e` quello di uscire fuori dal canone ” io sono un/una cantante pop, soul, blues e bla bla bla”,
evitate di darvi da soli un’etichetta ma piuttosto scoprite quanto e` grande il mondo della musica.
Ascoltate con curiosita` tutta la musica, soprattutto quella che per vostra cultura e per scelta non vi appartiene.
Non limitatevi a scegliere un repertorio di un unico genere sempre per gli stessi motivi di cui sopra,ma sperimentate il vostro modo di cantare brani che
non avreste mai scelto.Vi accorgerete di quanto spesso ci auto-limitiamo e restiamo invece nel “nostro” genere per evitare di metterci alla prova.
In conclusione:
Quando la tecnica aiuta veramente la “comprensione” di noi, come diretto strumento musicale e di espressione sincera, allora possiamo dire
di avere raggiunto un vero grande obiettivo.Allora possiamo veramente dire che la “gavetta”, lo studio, l’impegno, e soprattutto la “curiosita`”
verso questa comprensione, ci ha aperto la porta a quello che io chiamo “essere musica”.
E vi accorgerete che in quel momento non avrete piu` bisogno di pensare a fare la cosa giusta tecnicamente e emotivamente,
mentre state facendo la vostra performance.

Non ne avrete piu` bisogno, perche` avrete capito e riconosciuto voi stessi.

Avrete compreso che “non fate musica” ma ” siete musica”.

 

Mary Crisci

LA VOCE E IL DEMONE DEL DUENDE

(OVVERO,IL CANTO CHE NON SI PUO` SPIEGARE)

 

Federico Garcia Lorca, citando il critico teatrale e scrittore inglese Kenneth Tynan, scrive così in “Gioco e teoria del Duende” (Adelphi): “ Billie Holiday e Tennessee Williams ce l’avevano. Ella Fitzgerald quasi, ma non proprio. E Miles Davis forse non aveva altro”.

“Duende” è una parola che si usa molto in Spagna. Espressioni probabilmente  intraducibili come “questo ha molto duende”, sono decisamente frequenti. “Hai voce, conosci gli stili, ma non avrai mai successo perché non hai duende”, oppure, “i giorni in cui canto con duende, non mi supera nessuno”, o ancora, “tutto quel che ha suoni neri, ha duende” (Kenneth Tynan).
Cosa vuol dire quindi, duende?
Letteralmente significa “proprietario di una casa” e, in senso figurato, per gli spagnoli indica una sorta di folletto, o demone, che infesta una casa, dalle sembianze di un bambino o di un vecchietto. In senso translato, duende prende il significato di incanto, mistero.
Non si tratta quindi di un termine strettamente musicale, non lo usano gli addetti ai lavori, non è una parola che sentirete usare dai cantanti professionisti. Eppure, confrontandomi con la teoria di Garcia Lorca, non ho potuto fare a meno di notare la grande pertinenza che questo termine ha quando si parla di canto, o meglio, di un aspetto del canto.
Mi riferisco al suo “lato oscuro”, alla magia della voce che noi tutti sappiamo riconoscere all’ascolto, che pochi sanno riprodurre, che nessuno riesce a spiegare.
È quel potere misterioso ed evocativo che ci lega alla musica e al canto nel modo più profondo e nel luogo più nascosto del nostro io.
Non è forse vero che spesso la musica e il canto sono in grado di evocare sentimenti molto forti in noi, tali da indurci al pianto, alla disperazione, al riso e all’euforia? Non è forse vero che la musica riesce a farci stare molto bene ma anche molto male quando scava dentro di noi fino a rendere evidenti i nostri sentimenti? Che cosa provoca tutto questo?
C’è una lotta in atto in chi ascolta e in chi canta “con duende”.
In chi ascolta, è una lotta fra l’istinto e l’autocontrollo, ossia fra il cuore e la mente, la passione e la razionalità. Quando il cuore vince, ci lasciamo andare alle emozioni che l’ascolto induce.
In chi canta, e in senso generale, in chi fa arte, la lotta è con il proprio demone del duende, il folletto che abita la nostra casa artistica, un demonio forte e caparbio, pronto a darci battaglia finché non decidiamo di seguirlo e di lasciargli trasformare la nostra interpretazione (o la nostra opera d’arte) in qualcosa di magico e coinvolgente che riesce a superare le barriere razionali del pubblico ed a toccarlo nel profondo.
La facoltà di “arrivare” all’anima di chi ci ascolta non è una questione di capacità tecnica, né di bellezza timbrica, né di estensione vocale. Non è neanche una questione di recitazione: molti cantanti tentano di commuovere il loro pubblico o di affascinarlo inscenando interpretazioni melodrammatiche fatte di espressioni del volto, larghi gesti delle braccia e delle mani, mettendo su una vera parte da attori ma tutto questo non basta, è una finzione.
Riuscire ad entrare nell’anima degli altri è una questione di duende.È imparare a lasciar prevalere il nostro demone, il demone che gli artisti hanno dentro di sé, durante la performance. È un atto di crescita artistica che costa una grande fatica, ma quando tutto questo accade, il risultato è inimitabile.

Ogni cantante professionista, ogni studente di canto, ogni appassionato dovrà fare i conti con il proprio demone del duende. Io mi chiedo se ho cantato con duende ogni volta che finisco una canzone. Il percorso che ognuno di noi deve compiere, alla ricerca del proprio demone, è strettamente personale; è un viaggio dentro di noi per scoprire qual è la nostra verità artistica e per portarla alla luce.
Questo percorso inizia con la consapevolezza, con il porsi la domanda fondamentale: “Quando canto, canto con duende?”. Poi prosegue tutta la vita e può non terminare mai.
Pensate al duende come al piccolo folletto che impazza nella vostra anima: quando gli lascerete campo libero metterà a soqquadro tutti i vostri sentimenti. Sarà allora che cantando proverete le emozioni più forti, sarà allora che potrete sentire che il vostro canto sarà in grado di abbracciare tutto il pubblico che vi starà ascoltando.

Cito adesso alcuni artisti della voce del passato che indubbiamente cantavano con duende: la sopracitata Billie Holiday e Nina Simone, entrambe cantanti non dotate di una estensione vocale particolarmente sviluppata ma capaci di incantare il pubblico quasi fino ad ipnotizzarlo.
Jeff Buckley, cantante dalle indubbie qualità vocali, solo seconde tuttavia ad un modo di cantare commovente, struggente, che si deposita nel cuore di chi lo ascolta per non uscirne mai più, generando una sorta di innamoramento perenne.
Nick Drake, artista poco conosciuto, dalla voce esilissima ma quasi soprannaturale, che ci fa entrare in contatto con la sua anima fragile quando lo ascoltiamo.
Kurt Cobain, compianto cantante dei Nirvana, dal timbro sporco e impreciso ma dotato di una vocalità coinvolgente e disperata.
Edith Piaf, la grande interprete francese, dalla voce caleidoscopica e capace di passare da interpretazioni allegre e gioiose alla disperazione più nera.
Luigi Tenco e Rino Gaetano, cantautori scomparsi prematuramente e dotati di una intensità interpretativa che ancora oggi resta ineguagliata in chi cerca di riproporre le loro canzoni.
Gabriella Ferri, indimenticabile interprete romana, artista della voce e dello spettacolo troppo presto dimenticata. Mia Martini, forse la più grande artista della vocalità italiana che riusciva a trasformare la sua grande sofferenza interiore in una forza interpretativa travolgente, portando sul palco la sua vita stessa.

 

Irene Mezzacapo

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